Coronavirus, trasmissione e resistenza

In questo articolo vorrei fare un’analisi critica su quello che in questi mesi di pandemia abbiamo potuto apprendere sulle modalità di diffusione del virus SARS-CoV-2 e sulla sua pericolosità ambientale.

Facendo una breve analisi bibliografica sappiamo che i Coronavirus (CoV) sono stati rilevati per la prima volta negli anni ‘30 in polli e galline e che sono responsabili di infezioni respiratorie e intestinali negli animali e nell’uomo. Il nostro team di ricerca e sviluppo infatti li ha abbondantemente studiati sui vitelli dove il quadro sintomatico è prevalentemente espresso da manifestazioni cliniche a carico dell’apparato gastro enterico.


Sappiamo anche che, fino alla comparsa della sindrome respiratoria acuta grave da noi conosciuta con l’acronimo SARS (Severe Acute Respiratory Syndrome Coronavirus, SARS-CoV), in Cina nel 2002-2003 i coronavirus non erano considerati altamente patogeni per gli uomini, essendo responsabili principalmente di sindromi respiratorie lievi. Un esempio tra tutti è il banale raffreddore che puó essere causato anche da questa tipologia di virus. Successivamente all’epidemia di SARS il potenziale di pericolosità del virus per l’uomo è stato confermato dalla comparsa della MERS ovvero la Sindrome Respiratoria Mediorientale (MERS-CoV), malattia respiratoria ad elevata mortalità che si è diffusa in Medio Oriente dal 2012 per arrivare alla fine del 2019 alla diffusione del virus SARS-CoV-2 e della corrispondente Sindrome Respiratoria Acuta, COVID-19.


Come si trasmette SARS-CoV-2


Abbiamo appunto appreso in questi mesi come la trasmissione del Virus possa avvenire prevalentemente mediante il contatto tra persona e persona, attraverso l’inalazione di micro-goccioline cosiddette ”droplets“, di dimensioni uguali o maggiori di 5 micro metri, generate da tosse o starnuti di un soggetto infetto. Queste goccioline vengono diffuse per brevi distanze dove sono in grado, trasportate dall’aria, di raggiungere le mucose del naso, della bocca o la congiuntiva di persone che si trovano nelle immediate vicinanze.


Il grosso problema è che queste goccioline possono depositarsi anche su oggetti e superfici, contaminandoli.

Il tutto quindi costituisce un altrettanto veicolo di contaminazione secondaria per il virus che può avvenire attraverso il contatto delle mani contaminate con bocca, naso e occhi.

La trasmissione aerea diventa molto pericolosa in quei luoghi come ambulatori medici, case di cura e soprattutto ospedali dove la generazione di aerosol a seguito di specifiche metodiche utilizzate per la cura, quali l’intubazione o la ventilazione forzata, impongono severe regole per contenere la trasmissione e diffusione del virus.



Periodo di incubazione


Il periodo di incubazione del COVID-19, inteso come il tempo che precede lo sviluppo della sintomatologia, può durare fino a 14 giorni ed è in media di 5-6 giorni. Purtroppo dai dati epidemiologici, siamo venuti a conoscenza che individui infetti, cosiddetti asintomatici, possono trasmettere il virus ad altri soggetti già uno o due giorni prima dell’inizio della manifestazione dei sintomi che nella prima fase sono aspecifici con la comparsa di febbre, tosse secca e affaticamento. COVID19, come abbiamo detto inizialmente, può manifestarsi con sintomi a carico di diversi apparati, incluso quello respiratorio (tosse, respiro corto, congestione nasale, mal di gola, rinorrea, dolore toracico), gastrointestinale (perdita dell’appetito, diarrea, nausea e vomito), muscolo-scheletrico (dolori muscolari), sistema nervoso (mal di testa, confusione, perdita di gusto e olfatto), e occhi (arrossamento).


Dopo l’insorgenza dei sintomi la malattia può evolvere in una forma lieve, moderata, grave o critica, quest’ultima associata a manifestazioni quali la sindrome da distress respiratorio acuto (Acute Respiratory Distress Syndrome, ARDS) e alla compromissione di vari organi (apparato renale, sistema cardiovascolare, fegato).

Per quanto riguarda nello specifico il coinvolgimento dell’apparato gastrointestinale, i dati a disposizione evidenziano che circa il 2-18% dei pazienti con COVID-19 presentano diarree e diversi studi hanno rilevato il genoma virale nelle feci di soggetti infetti, sia sintomatici che asintomatici.

Questa presenza è stata confermata da altri studi che hanno dimostrato la presenza di particelle virali infettive di SARS-CoV-2 in campioni fecali.

È stato messo inoltre in evidenza che le proteine dei recettori ACE2 (Angiotensin-Converting Enzyme 2) ut